Fillofagi
Macrolepidotteri
La processionaria del pino (Thaumetopoea pityocampa) è diffusa nella porzione della provincia a clima più mite. Attacca prevalentemente pino silvestre e pino nero, ma anche il cedro è una possibile pianta ospite.
Le larve si sviluppano a cavallo dell’inverno sulla chioma - che non abbandonano mai fino alla fine dello stadio larvale - nutrendosi delle foglie a partire dal crepuscolo e fino a quando la temperatura dell’aria rimane sopra 0 °C. Durante il giorno e con temperature sotto lo zero esse trovano riparo nei caratteristici nidi di seta bianchi. La pianta ospite è in grado di superare bene anche una defogliazione totale; ne esce naturalmente indebolita.
L’incontro ravvicinato con questa specie è di norma possibile solo in occasione delle processioni che le larve mature formano per andarsi a incrisalidare nel terreno. Le larve sono provviste di peli urticanti che, se minacciate, possono liberare nell’aria. Il contatto con questi peli provoca fastidiosi eritemi e arrossamenti a carico di cute e mucose; su soggetti sensibili questo può richiedere le cure dei sanitari.
Per questo motivo si possono rendere necessarie misure di contenimento di questa specie, soprattutto dove, come nei rimboschimenti a pino nero sul versante a solatio della Val Venosta, la pianta ospite è largamente disponibile. Qui è attiva da decenni un’attività di monitoraggio coordinata dall’Università di Padova; superata una determinata soglia di densità, si provvede a un trattamento aereo con una sospensione di Bacillus thuringiensis, un batterio tossico per l’insetto ma innocuo per umani e mammiferi. In questo modo la popolazione di processionaria viene contenuta con successo. La maggior parte dei cosiddetti insetti non-target, che potrebbero essere colpiti dal trattamento, al momento dell’intervento hanno già concluso il loro ciclo di sviluppo.
Altri macrolepidotteri: nessun attacco da registrare per il 2025. Tali pullulazioni hanno una periodicità di 10-20 anni, perlopiù a carico dei boschi a medio fusto di latifoglie di Val d’Adige e d’Isarco.
Microlepidotteri

La tortrice grigia del larice (Zeiraphera griseana), caratterizzata in ambiente alpino da cicli di gradazione di 8-9 anni, porta nei lariceti puri d’alta quota a vistosi ingiallimenti delle chiome, l’ultima volta negli anni 2017 e 2018. La pianta reagisce prontamente con l’emissione di nuove foglie, che però hanno un contenuto nutrizionale nettamente inferiore e sono in generale poco appetibili. Questo provoca nell’insetto una mortalità elevatissima, con il rientro del medesimo in uno stato di latenza che ancora permane.
Nessuna segnalazione della tignola del larice (Coleophora laricella), altro microlepidottero specifico del larice; si conferma qui la tendenza degli ultimi anni.
Maggiolino
Nel 2025 il maggiolino (Melolontha melolonta L.), protagonista di episodiche pullulazioni ai danni di piante da frutto ma anche forestali, è rimasto in condizioni di latenza.